NON SOLO AMARCORD

ADALBERTO BALDONI
Come auspica Mauro Mazza nel suo suggestivo libro “I ragazzi di via Milano”, recuperare la trama di un racconto corale che, a distanza di tanti anni sembra dispersa, quasi smarrita in mille rivoli, a mio parere e' una chimera. Lo stesso autore, giornalista al “ Secolo d’Italia” per un decennio, riconosce con una certa amarezza che “ ad allontanarci da quegli anni sono gli anni stessi”.
“ I ragazzi di via Milano” appartengono al passato, fanno parte della memoria della destra. Costituivano una salda, vitale, propositiva. L’aggregazione scaturiva dall’esigenza di reagire alle sopraffazioni e soprattutto all’isolamento in cui l’aveva scientemente cacciata il cosiddetto arco costituzionale, di cui facevano parte i vincitori della guerra civile. All’arco costituzionale, negli anni di piombo, si erano aggiunti i gruppi della sinistra extraparlamentare, nati sulle ceneri del Sessantotto, un evento culturale e sociale mondiale che loro stessi avevano affossato. I “ragazzi di via Milano” definivano “avversari” coloro che appartenevano ad altri schieramenti, perche' chi dirigeva il giornale, seguiva le indicazioni del partito : battersi in nome della pacificazione, essere disponibili al dialogo, rispettare le idee degli altri.
Ma per gli “avversari”, i “ragazzi di via Milano”, pur non essendo mai stati “fascisti” per motivi anagrafici, pur estranei ad una guerra che non avevano mai voluto, ne' tanto meno combattuto, erano nemici da ghettizzare. Venivano isolati anche da chi esercitava la loro stessa professione ma poteva vantare protezioni politiche e soprattutto riceveva una retribuzione dieci volte superiore a quella percepita dai “reietti” del “Secolo”. Dimostrazione, questa, di un abietto razzismo ideologico da parte degli "avversari". Bene ha fatto Mauro Mazza a ricordare alcuni cruenti episodi che hanno colpito la comunita' del “ Secolo”, i suoi redattori ed i suoi tipografi: l’attentato alla famiglia di Mario Pucci, l’assassinio del giovane fattorino del giornale, Angelo Mancia, le bombe al giornale che ferirono gravemente due operai della tipografia.
Angelo era un ragazzone semplice, generoso, limpido, diretto, estroverso, credeva ciecamente nell’amicizia. Oltre che scrupoloso dipendente del giornale era un valido militante, punto di riferimento per la giovane destra romana.
Era divenuto un simbolo, un esempio. Ma per gli “avversari” era un “nemico” pericoloso. Da uccidere. Angelo venne assassinato il 12 marzo 1980, alle 8.27 del mattino, sotto la propria abitazione, mentre stava recandosi al lavoro.
Sono passati oltre trent’anni da quel difficile periodo. Quasi per un gioco del destino, nella trincea del "Secolo" si sono forgiati coloro che dopo la quasi contemporanea scomparsa dei fondatori del Movimento sociale italiano, Almirante e Romualdi, avrebbero guidato le sorti della destra e successivamente fatto parte del governo.
Rispetto a quegli anni, il clima politico, sociale, culturale e radicalmente mutato. E’ crollato il muro di Berlino, Tangentopoli ha disintegrato i partiti che dal dopoguerra ai primi anni Novanta avevano governato l’Italia, le grandi ideologie sono tramontate, Pci e Msi, usciti indenni dagli scandali, hanno operato gradualmente alcuni necessari cambiamenti.
Circa un anno fa, avevo riannodato i miei rapporti con Cesare Mantovani, "uno dei ragazzi di via Milano" per un'intervista sul fenomeno del Sessantotto. Cesare, allora presidente degli universitari missini, aveva vissuto intensamente gli anni della contestazione giovanile. E nessuno meglio di lui poteva spiegare l'ostile posizione che la destra aveva assunto nei confronti del Movimento degli studenti. Discutemmo anche dell'oggi. Mantovani era alquanto perplesso circa la politica di An. Parlo' della metamorfosi della destra (“attenzione pero' a snaturarla”) , delle sconfitte elettorali del centrodestra ("abbiamo trascurato il contatto con il territorio e con la gente, confidando nei messaggi mediatici”), dell’atteggiamento controproducente di alcuni colonnelli catapultati nell'esecutivo (“dovevano esercitare il potere con fermezza ed equilibrio non con arroganza”), dell'assoluta carenza di regole certe, (“in An la democrazia ed il pluralismo vengono ignorati”). Concetti che anch'io, con le dovute sfumature, ravvisavo pertinenti. Pero' la maggiore preoccupazione di Cesare, da sempre contrario alla destra da museo e al nostalgismo, era quella dell’omologazione politica e culturale della destra con altri schieramenti; omologazione che, per motivazioni contingenti o per progetti riformisti su cui si e' poco discusso, avrebbe potuto portare alla perdita dei valori basilari della destra: la concezione spirituale della vita, la famiglia tradizionale, la Nazione, le radici cristiane, il merito, il sentimento, la cultura intesa come cosciente ricerca e libera scelta del pensiero…
Il 20 giugno scorso, Cesare Mantovani, dopo una fulminea e devastante malattia, e' scomparso. Accanto al suo feretro si sono ritrovati tanti ex dirigenti della Giovane Italia e del Fuan, ma soprattutto numerosissimi "ragazzi di via Milano", tra cui Gianfranco Fini, anche lui "ragazzo di via Milano", venuto a salutare per l’ultima volta il suo ex direttore, una "testa pensante" troppo presto dimenticata dai vertici del partito.
Il libro di Mauro Mazza, come abbiamo constatato in questi giorni attraverso la lettura delle positive critiche della carta stampata e le trasmissioni televisive, puo' servire ad aprire una feconda riflessione su passato, presente e futuro della destra italiana.