Il Messaggero, 16-10-2006
I RAGAZZI DI VIA MILANO
RUBRICA "A TU PER TU" DI ROBERTO GERVASO

Caro Signor Gervaso, nel novembre 1989 fu abbattuto il Muro di Berlino; il 25 luglio del 1943 cadde il fascismo. Sono passati diciassette anni dal primo avvenimento e sessantatré dal secondo, ma ancora i termini "comunista" e "fascista" sono di largo uso e consumo. Chi sta a destra, specialmente nella destra estrema, dà del comunista a chi milita o simpatizza per l'altra parte; chi sta a sinistra fa la stessa cosa con l'avversario di fede opposta. Sono due termini vecchi, decrepiti, frusti, specialmente fascista, molto più infamante. E non da oggi.
Io sono di destra, di destra classica e moderata, e ricordo con terrore, e anche con vergogna, gli anni Sessanta e Settanta, ma anche Ottanta, quando, chi non la pensava in un certo modo, chi non era a sinistra, era fascista.
Proprio in questi giorni ho finito di leggere una bella e succinta rievocazione di quegli anni e di quel clima, "I ragazzi di via Milano", scritta dal direttore del Tg2 Mauro Mazza. Gliela raccomando vivamente perché ricrea con coraggio, onestà, lucidità una cupa stagione d'invereconda intolleranza nei confronti della destra. Una destra vituperata e discriminata, che la sinistra si guardò bene dal dichiarare fuorilegge, estromettendola dal Parlamento, perché le faceva comodo, maledettamente comodo che sedesse sui suoi banchi sottraendo voti alla Dc.

Luigino Riccardi - Napoli .
Caro Riccardi, anch'io sono di destra, di destra liberale e moderata. Ho letto il libro di Mauro Mazza, da un lustro alla barra del Tg2. È una delle più appassionate e appassionanti rievocazioni di quella drammatica stagione che va dal 1960 a Tangentopoli.
Li ricordo bene quegli anni, come bene li ricorda l'autore del volume. Anni terribili, anni d'inquisizione, di persecuzione, di proscrizione. Un clima da caccia alle streghe, agli stregoni e alle streghette. Chi non stava da una parte - quella amica, complice, sponsorizzata, protetta, premiata dal "Principe rosso" - andava messo alla berlina e all'indice. E non in nome di un'ideologia che farà tumultuosamente e rovinosamente bancarotta - e che bancarotta, la più fraudolenta del secolo - ma in nome della libertà, della democrazia, dell'antifascismo. Belle, bellissime parole in bocca a chi aveva pagato con la vita o con l'esilio le proprie idee e la propria fede, il rifiuto di un regime, quello littorio, diventato nel 1925 liberticida e vessatorio. Ma parole brutte, bruttissime, truffaldine in bocca agli antifascisti di carriera e di complemento, già fascistoni, convertiti al marxismo e allo stalinismo dopo il 25 aprile del 1945. Astuti e osceni camaleonti al servizio di un partito che ubbidiva a una potenza straniera ed entusiasticamente e spudoratamente ne sposava le cause.
Per decenni la destra e chi nelle sue file militava conobbero la sistematica e proterva discriminazione di catoni arrabbiati e dispeptici, di moralisti con molte macchie e senza paura perché paura in quei torbidi anni la incuteva solo il Pci. Un Pci che aveva allungato i tentacoli e gli artigli sulla cultura - giornalismo, editoria, arti, spettacolo - profittando della latitanza di una Dc avida di potere e pavida, senza muscoli e senza midollo, che, per farsi perdonare le mene e i traffici nel sottogoverno, infeudato alle litigiose correnti scudocrociate, piegava la testa e chiudeva un occhio, anzi tutt'e due, facendo finta di niente, sull'egemonizzante offensiva culturale "progressista". Una colpevole e fatale abdicazione al proprio ruolo, che culminò nella nascita di quell’“antidemocratico” arco costituzionale che relegava nel ghetto un partito. Un partito che poteva anche essere messo fuori legge, ma, finché sedeva con i suoi rappresentanti in Parlamento, doveva condividerne i riti e aver voce in capitolo nelle scelte costituzionali.
Mauro Mazza era allora un giovane redattore del “Secolo d'Italia”, un foglio quasi clandestino, che combatteva con coraggio ai limiti dell'eroismo e del masochismo una battaglia non meno rispettabile di quella che, tra squilli di tromba e fanfare, impegnava le ben più folte, agguerrite, acclamate milizie della sinistra.
Mazza, nella commossa e fiera rievocazione di quell'epoca sciagurata, denuncia senza livore, ma anche senza reticenze, il clima che si respirava allora in Italia, e ricorda l'intransigenza morale, l'impegno professionale, lo spirito di sacrificio di chi aveva scelto di difendere i propri ideali, giusti o sbagliati, e di lottare per le proprie idee, attuali o anacronistiche. I nomi? Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri, Francesco Storace, Adolfo Urso, Teodoro Buontempo, Franz Maria Asaro (e ne cito solo alcuni). Uomini che credevano e per l’“Idea” erano pronti a pagare. Pagheranno fino al 1993, quando il Msi verrà sdoganato e, dopo lo sconquasso di Tangentopoli, entrerà a pieno titolo e a vele spiegate nell'arengo politico. Il resto è storia recente. I tempi di slogan infami («Se vedi un punto nero spara a vista: è un carabiniere o un fascista», «Camerata, basco nero, il tuo posto al cimitero») sono passati. Resta la voglia, nei più faziosi e facinorosi, di resuscitarli, in nome, come al solito, della democrazia.